E L James

Darker

Cinquanta sfumature di Nero raccontate da Christian

Mondadori

Giovedì 9 giugno 2011

Sono seduto. In attesa. Mi martella il cuore. Sono le 17.36 e dai finestrini oscurati dell’Audi fisso il portone d’ingresso dell’edificio in cui lavora. Lo so, sono in anticipo, ma è tutto il giorno che aspetto questo momento.

“Sto per vederla.”

Mi agito sul sedile posteriore. Mi sento soffocare, e anche se cerco di restare calmo l’aspettativa e l’ansia mi chiudono lo stomaco e mi fanno mancare l’aria. Taylor è al volante e guarda dritto davanti a sé, in silenzio, imperturbabile come al solito, mentre io fatico a respirare. Piuttosto seccante.

“Ma dove si è cacciata?”

È dentro… negli uffici della Seattle Independent Publishing. Separato dalla strada da un ampio marciapiede, l’edificio è malridotto e avrebbe bisogno di una ristrutturazione; il nome della società è inciso in modo approssimativo sul vetro e l’effetto satinato si sta consumando. Dietro quelle porte chiuse potrebbe esserci una compagnia di assicurazioni o una società di revisione contabile; non espongono in vetrina la loro merce. Be’, è una delle cose che sistemerò quando assumerò le redini. La SIP è mia. Quasi. Ho firmato gli accordi preliminari.

Taylor si schiarisce la gola e incrocia il mio sguardo nello specchietto retrovisore. «Aspetto fuori, signore» dice lasciandomi di stucco, e scende dall’auto prima che io possa fermarlo.

Forse avverte la mia tensione più di quanto credessi. Sono così trasparente? Forse è lui, a essere nervoso. Ma perché? A parte il fatto che ha dovuto affrontare i miei sbalzi d’umore nel corso dell’ultima settimana, e so di non essere una persona facile.

Ma oggi è stato diverso. O almeno lo spero. È stata la prima giornata produttiva da quando lei mi ha lasciato, o così pare. Durante le riunioni sprizzavo ottimismo ed entusiasmo. Mancano dieci ore al momento di vederla. Nove. Otto. Sette… Il ticchettio dell’orologio che mi avvicinava all’ora dell’appuntamento con Miss Anastasia Steele ha messo a dura prova la mia pazienza.

E adesso che me ne sto seduto qui da solo, ad aspettare, la determinazione e la sicurezza che mi hanno accompagnato per tutto il giorno si stanno sciogliendo come neve al sole.

“Magari ha cambiato idea.”

“Torneremo insieme? O sono soltanto il suo passaggio gratis per Portland?”

Guardo di nuovo l’orologio.

17.38.

“Merda. Ma perché il tempo scorre così lento?”

Prendo in considerazione l’idea di mandarle una mail per dirle che sono fuori dal suo ufficio, ma mentre armeggio in cerca del telefono mi accorgo che non ho nessuna intenzione di staccare gli occhi dalla porta d’ingresso. Mi appoggio allo schienale e ripercorro mentalmente le ultime mail che mi ha inviato. Le conosco a memoria; tutte amichevoli e concise, senza nemmeno un accenno al fatto che le manco.

Forse sono davvero un passaggio gratis, dopotutto.

Scaccio quel pensiero e fisso l’ingresso, ordinandole di comparire.

“Anastasia Steele, sto aspettando.”

La porta si apre e il cuore mi balza in gola, ma l’entusiasmo lascia rapidamente il posto alla delusione. Non è lei.

“Maledizione.”

Mi fa sempre aspettare. Mi sale alle labbra un sorriso privo di allegria: aspettare da Clayton, all’Heathman dopo la seduta fotografica e di nuovo quando le ho mandato i libri di Thomas Hardy.

Tess…”

Mi chiedo se li abbia ancora. Avrebbe voluto restituirmeli, darli in beneficenza.

“Non voglio niente che mi ricordi te.”

Rivedo l’immagine di Ana che se ne va; il viso livido e l’espressione triste, piena di sofferenza e confusione. Il ricordo è sgradito. Doloroso.

Sono stato io a renderla così infelice. Mi sono spinto troppo oltre, troppo in fretta. E la cosa mi riempie di rimorso. Da quando se n’è andata provo solo disperazione. Chiudo gli occhi e cerco di recuperare il controllo di me stesso, ma sono assalito dalla mia paura peggiore: che abbia conosciuto qualcun altro. Che divida il letto e il suo splendido corpo con qualche dannatissimo sconosciuto.

“Al diavolo. Sii ottimista, Grey.”

“Non pensarci. Non tutto è perduto. La vedrai tra poco. Hai messo in moto i tuoi piani, e la riavrai.” Apro gli occhi e torno a guardare l’ingresso attraverso i finestrini dell’Audi, che adesso riflettono il mio umore. Dall’edificio escono altre persone, ma non Ana.

“Dov’è?”

Taylor cammina avanti e indietro e lancia occhiate verso l’ingresso. Dio santo, sembra nervoso quanto me. “Che accidenti gli è preso?”

L’orologio dice 17.43. Lei dovrebbe arrivare a momenti. Prendo un respiro profondo e mi sistemo i polsini della camicia, poi faccio per raddrizzare il nodo della cravatta, solo per accorgermi che non ce l’ho. “Che cavolo.” Mi passo la mano tra i capelli e cerco di scacciare i dubbi, senza riuscirci. “Sono soltanto un passaggio gratis? Le sarò mancato? Mi rivorrà?” Non ne ho idea. È peggio di quella volta al bar dell’hotel, e l’ironia della cosa non mi sfugge. Credevo che fosse la discussione più sgradevole che avrei mai avuto con lei. Aggrotto la fronte… Non era andata come mi aspettavo. Le cose non vanno mai come mi aspetto con Miss Anastasia Steele. Sento una fitta di panico serrarmi lo stomaco. Oggi la faccenda è molto più grossa.

La rivoglio.

“Ha detto di amarmi…”

Sento il cuore accelerare i battiti e un fiotto di adrenalina scorrermi nelle vene.

“No. No. Non pensare a questo. Non può provare una cosa simile per me.”

“Datti una calmata, Grey. Concentrati.”

Guardo di nuovo l’ingresso della Seattle Independent Publishing ed eccola lì, che cammina verso di me.

“Cazzo.”

Ana.

Lo shock mi toglie il fiato come se mi avessero tirato un calcio al plesso solare. Sotto la giacca nera indossa uno dei vestiti che preferisco, quello viola, e porta stivali neri con il tacco alto. I capelli mandano riflessi bruniti al sole del tardo pomeriggio e ondeggiano al ritmo del suo passo. Ma non sono i vestiti o i capelli ad attirare la mia attenzione. È pallida, quasi diafana. Ha ombre scure sotto gli occhi ed è dimagrita.

“Dimagrita.”

Sento un’improvvisa fitta di sofferenza, di senso di colpa.

“Cristo.”

Anche lei ha sofferto.

La preoccupazione si trasforma in rabbia.

No. Furia.

Non sta mangiando. Ha perso – quanti? – due, tre chili da quando non ci vediamo. Lancia un’occhiata a un tizio alle sue spalle e quello le fa un gran sorriso. È un figlio di puttana di bell’aspetto, pieno di sé. “Stronzo.” Quello scambio spensierato non fa che alimentare la mia rabbia. Mentre Ana si avvicina all’auto, lui la guarda con sfacciato apprezzamento maschile, e il mio furore aumenta a ogni istante.

Taylor apre la portiera e le porge la mano per aiutarla a salire. E all’improvviso è seduta accanto a me.

«Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato?» scatto con durezza, tentando di controllare la rabbia. Mi guarda con i suoi occhi azzurri, mettendomi a nudo e lasciandomi senza difese esattamente come è successo quando l’ho conosciuta.

«Ciao, Christian. Anche per me è bello vederti.»

Ma. Che. Cazzo.

«Lascia perdere la tua lingua biforcuta, adesso. Rispondimi» ringhio.

Lei si fissa le mani che tiene in grembo, perciò non ho idea di cosa stia pensando, poi se ne esce con una risposta pessima: tipo che ha mangiato uno yogurt e una banana.

“Questo non è mangiare!”

Faccio uno sforzo eroico per tenere a bada l’irritazione.

«Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato un vero pasto?» insisto, ma lei mi ignora e guarda fuori dal finestrino. Taylor si immette nel traffico e Ana saluta con la mano il cazzone che l’ha seguita fuori dal palazzo.

«Chi è quello?»

«Il mio capo.»

Quindi è Jack Hyde. Penso alle schede dei dipendenti che ho sfogliato questa mattina: di Detroit, laurea a Princeton, ha fatto carriera in un’agenzia pubblicitaria di New York, ma ha continuato a cambiare posto ogni pochi anni, trasferendosi in città diverse. Non riesce a tenersi un’assistente… nessuna dura più di tre mesi. È sulla mia lista nera, e Welch scoverà dell’altro.

“Concentrati sull’argomento che hai avviato, Grey.”

«Allora? L’ultimo pasto?»

«Christian, davvero, non ti riguarda» mormora.

«Tutto quello che fai mi riguarda. Dimmelo.» “Non tagliarmi fuori, Anastasia. Ti prego.”

“Sono il passaggio gratis.”

Lei sospira per la frustrazione e alza gli occhi al cielo per farmi incazzare. È in quel momento che lo vedo: un sorriso appena accennato che le spunta all’angolo della bocca. Sta cercando di non mettersi a ridere. Dopo tutto il dolore che ho provato, è un tale sollievo che la rabbia evapora. È così tipico di Ana. Mi sorprendo a imitarla, tentando di nascondere il sorriso.

«Dunque?» le chiedo, in tono più dolce.

«Pasta alle vongole, venerdì scorso» risponde a voce bassa.

Cristo Santo, non mangia dall’ultima volta che ci siamo visti! Vorrei darle una bella sculacciata, qui sul SUV, ma so di non poterla mai più toccare in quel modo.

“Cosa devo fare con lei?”

Abbassa lo sguardo e si fissa le mani, pallida e triste. E io assorbo la sua presenza, tentando di farmi venire in mente cosa fare. Provo un’emozione sgradevole che minaccia di sopraffarmi. La ignoro e mentre guardo Ana diventa dolorosamente chiaro che la mia paura peggiore è infondata. So che non si è ubriacata e non ha conosciuto nessun altro. Osservandola adesso so che è rimasta per conto suo, rannicchiata sotto le coperte a piangere tutte le sue lacrime. Il pensiero è confortante e angosciante al tempo stesso. La sua infelicità è colpa mia.

“Mia.”

Sono io il mostro. Sono stato io a farle questo. Come potrò riconquistarla?

«Capisco.» La mia voce suona vuota, inadeguata. All’improvviso, la sfida che ho davanti mi sembra impossibile da vincere. Non mi rivorrà mai con sé.

“Datti una calmata, Grey.”

Reprimo le mie paure e faccio un tentativo. «Hai l’aria di aver perso almeno tre chili, forse di più. Per favore, Anastasia, devi mangiare.» Mi sento impotente. Cos’altro posso dire?

Lei resta immobile, persa nei suoi pensieri, lo sguardo fisso davanti a sé. Ne approfitto per studiare il suo profilo. È delicata e bellissima come nei miei ricordi. Vorrei allungare una mano e accarezzarle la guancia. Sentire la morbidezza della sua pelle… accertarmi che sia reale. Mi sposto verso di lei, con una voglia pazzesca di toccarla.

«Come stai?» le chiedo, perché voglio sentire la sua voce.

«Se ti dicessi che sto bene, mentirei.»

“Maledizione.” Ho visto giusto. Soffre… ed è tutta colpa mia. Ma le sue parole mi danno un briciolo di speranza. Forse le sono mancato. Forse? Mi aggrappo disperatamente a quel pensiero.

«Anch’io. Mi manchi» confesso e le prendo la mano perché non posso resistere un minuto di più senza toccarla. È piccola e gelida nella mia stretta.

«Christian, io…» Le si spezza la voce, ma non ritira la mano.

«Ana, per favore. Dobbiamo parlare.»

«Christian… per favore… Ho pianto così tanto» mormora. Quelle parole e lo sforzo evidente di ricacciare indietro le lacrime trapassano quel che resta del mio cuore.

«Oh, piccola, no.» La tiro per la mano e prima che possa protestare me la metto sulle ginocchia e la circondo con le braccia.

“Ah, il contatto con lei…”

«Mi sei mancata così tanto, Anastasia.» È troppo leggera, troppo fragile, e vorrei urlare per la frustrazione; invece affondo il naso tra i suoi capelli, sopraffatto dall’aroma inebriante di Ana. Mi ricorda momenti più felici: un frutteto in autunno. Le risate. Gli occhi luminosi, pieni di divertimento e malizia… e desiderio. La mia dolce Ana.

“Mia.”

All’inizio si irrigidisce e resiste, ma dopo un attimo si abbandona contro di me e mi appoggia la testa sul petto. Incoraggiato, decido di rischiare e, chiudendo gli occhi, le bacio i capelli. Lei non cerca di divincolarsi, ed è un sollievo. Ho desiderato tanto questa donna. Ma devo stare attento. Non voglio che scappi di nuovo. La stringo, godendomi questo semplice momento di pace e la sensazione di tenerla fra le braccia.

Ma l’interludio dura poco… Taylor raggiunge l’elisuperficie nel centro di Seattle a tempo di record.

«Vieni.» La lascio andare con riluttanza. «Siamo arrivati.»

Mi lancia un’occhiata perplessa.

«L’elisuperficie… sul tetto di questo palazzo» le spiego. Come pensava che saremmo andati a Portland? In macchina ci vogliono almeno tre ore. Taylor le apre la portiera e io scendo dalla mia parte.

«Dovrei restituirle il fazzoletto» dice a Taylor con un sorriso imbarazzato.

«Lo tenga pure, Miss Steele, con i miei migliori auguri.»

“Che accidenti succede tra questi due?”

«Nove?» intervengo, non solo per ricordargli a che ora deve venire a prenderci a Portland, ma per farlo smettere di parlare con Ana.

«Sì, signore» risponde in tono misurato.

“Proprio così.” Lei è la mia ragazza. Dei fazzoletti mi occupo io. Non lui.

Mi tornano in mente immagini di lei che vomita per strada mentre io le tengo indietro i capelli. Quella volta le avevo dato il mio fazzoletto. E più tardi l’avevo guardata dormire al mio fianco.

“Smettila. Subito. Grey.”

La prendo per mano – non è più gelida ma è ancora fredda – e la guido all’interno del palazzo. Mentre ci avviciniamo all’ascensore mi viene in mente il nostro incontro all’Heathman. Il primo bacio.

“Già. Il primo bacio.”

Quel ricordo risveglia il mio corpo.

Ma le porte si aprono, distraendomi, e la lascio andare con riluttanza per farla salire sull’ascensore.

La cabina è piccola e non ci stiamo toccando. Eppure la sento.

Tutta.

Qui. Adesso.

“Merda.” Deglutisco.

Sarà perché è così vicina? Mi guarda con gli occhi pieni di desiderio.

“Oh, Ana.”

La sua vicinanza è eccitante. Lei inspira bruscamente e abbassa gli occhi.

«La sento anch’io» sussurro e le afferro la mano, accarezzandole le nocche con il pollice. Lei alza lo sguardo, gli occhi azzurri imperscrutabili velati dal desiderio.

“La voglio, cazzo.”

Lei si morde il labbro.

«Per favore, non morderti il labbro, Anastasia.» Ho la voce roca, strozzata dal desiderio. Sarà sempre così, con lei? Vorrei baciarla, spingerla contro la parete dell’ascensore come ho fatto la prima volta. Vorrei scoparla, qui, e farla nuovamente mia. Lei sbatte le palpebre e schiude le labbra, strappandomi un gemito soffocato. Come riesce a farmi questo? A mandarmi fuori di testa solo con lo sguardo? Sono abituato al controllo… e praticamente sono qui che sbavo perché si è morsicata il labbro.

«Sai che effetto mi fa» mormoro. “E vorrei prenderti qui sull’ascensore, piccola, ma dubito che me lo permetteresti.”

Le porte si aprono e la folata di aria fredda mi riporta con i piedi per terra. Siamo sul tetto, e anche se la giornata è stata calda, si è alzato il vento. Sento Anastasia rabbrividire al mio fianco. Le metto un braccio intorno alla vita e lei si stringe a me. Sembra fragile, ma il suo corpo esile si adatta perfettamente al mio abbraccio.

“Visto, Ana? Siamo fatti l’uno per l’altra.”

Ci incamminiamo verso Charlie Tango. Le pale ruotano lentamente… l’elicottero è pronto al decollo. Stephan, il mio pilota, ci corre incontro. Ci stringiamo la mano, mentre io continuo a tenere stretta Anastasia.

«Pronto a partire, signore. È tutto suo!» grida sopra il frastuono dei motori.

«Fatti i controlli di rito?»

«Sì, signore.»

«Verrà a riprenderlo intorno alle otto e mezzo?»

«Sì, signore.»

«Taylor l’aspetta fuori.»

«Grazie, Mr Grey. Buon viaggio fino a Portland. Signora.» Saluta Anastasia e s’incammina verso l’ascensore in attesa. Ci chiniamo sotto i rotori e apro il portellone, tenendola per mano per aiutarla a salire a bordo.

Mentre la lego al sedile, lei trattiene il fiato e io sento una fitta all’inguine.

Stringo forte le cinghie della cintura di sicurezza, cercando di ignorare le reazioni del mio corpo alla sua vicinanza.

«Queste ti terranno al tuo posto.» Mi rendo conto di aver dato voce a un pensiero che mi è balenato in testa. «Devo dire che mi piace vederti legata. Non toccare niente.»

Arrossisce. Finalmente un po’ di colore su quella faccia pallida… e non riesco a trattenermi. Le accarezzo la guancia con l’indice, tracciando i contorni del rossore.

“Dio, quanto la voglio.”

Lei mi lancia un’occhiataccia e so perché: non può muoversi. Le passo le cuffie, prendo posto e mi allaccio la cintura.

Faccio gli ultimi controlli prima del volo. Gli strumenti hanno tutti la luce verde, e non ci sono spie d’allarme accese. Porto la leva in posizione di decollo, inserisco il codice transponder e confermo l’accensione della luce anticollisione. È tutto a posto. Mi metto le cuffie, accendo la radio e controllo i giri del motore.

Quando mi volto verso Ana, lei mi sta fissando. «Pronta, piccola?»

«Sì.»

Ha gli occhi sgranati per l’eccitazione. Non riesco a trattenere un ghigno da lupo mentre mi metto in comunicazione via radio con la torre di controllo per accertarmi che siano svegli e mi stiano ascoltando.

Ricevuta l’autorizzazione al decollo, verifico la temperatura dell’olio e gli altri strumenti. È tutto in ordine, così aumento la potenza e Charlie Tango si libra senza scosse nel cielo, da quell’elegante uccello che è.

Oh, lo adoro.

Mentre ci alziamo mi sento un po’ più sicuro di me e lancio un’occhiata a Miss Steele.

È il momento di stupirla.

“Che lo spettacolo abbia inizio, Grey.”

«Abbiamo inseguito l’alba, Anastasia, e ora inseguiamo il crepuscolo.» Sorrido e vengo ricompensato da un sorriso timido che le illumina il viso. Sento accendersi la speranza. È qui con me quando pensavo che tutto fosse perduto, e sembra più felice di quando è uscita dall’ufficio. Forse sarò anche il suo passaggio gratis, ma ho intenzione di godermi ogni istante di questo volo con lei.

Il dottor Flynn sarebbe orgoglioso di me.

Sono presente e vigile, e sono ottimista.

Posso farlo. Posso riconquistarla.

“Piccoli passi, Grey. Non correre.”

«Così come il sole della sera, c’è molto di più da vedere stavolta» dico. «L’Escala è laggiù. Il Boeing è là, e lì puoi vedere lo Space Needle.»

Lei piega il collo sottile per guardare, curiosa come sempre. «Non ci sono mai stata» dice.

«Ti ci porterò. Possiamo andarci a mangiare.»

«Christian, noi abbiamo rotto» dice in tono sconcertato.

Non è quello che volevo sentire, ma mi sforzo di non reagire in modo eccessivo. «Lo so. Ma posso sempre portarti lì per nutrirti.» Le lancio un’occhiata penetrante e lei arrossisce in modo adorabile.

«È bellissimo quassù, grazie» dice, e noto che ha cambiato discorso.

«Impressionante, vero?» dico stando al gioco, ma ha ragione, non mi stanco mai della vista che si ha da quassù.

«È impressionante che tu riesca a fare questo.» Il suo complimento mi stupisce.

«Mi stai adulando, Miss Steele? Io sono un uomo dai molti talenti.»

«Ne sono pienamente consapevole, Mr Grey» ribatte caustica, e posso immaginare a cosa si stia riferendo. Reprimo un sorrisetto. Ecco cosa mi è mancato: la sua impertinenza, capace di disarmarmi ogni volta.

“Continua a farla parlare, Grey.”

«Come va il nuovo lavoro?»

«Bene, grazie. È interessante.»

«Com’è il tuo capo?»

«Oh, lui è okay.» Non sembra troppo entusiasta di Jack Hyde. Ci ha provato con lei?

«Cosa c’è che non va?» chiedo. Voglio sapere… quel cazzone si è comportato in modo inopportuno? Se è così, lo sbatto fuori a calci.

«A parte l’ovvio, niente.»

«L’ovvio?»

«Oh, Christian, a volte sei veramente molto ottuso.» Mi guarda con sdegno divertito.

«Ottuso? Io? Non sono sicuro di gradire il tuo tono, Miss Steele.»

«Be’, allora non farlo» mi rimbecca lei compiaciuta, strappandomi un sorriso. Mi piace quando mi prende in giro e mi stuzzica. Riesce a farmi sentire un metro più alto o più basso solo con uno sguardo o un sorriso: è una sferzata di energia, ed è una cosa che non mi era mai capitata prima.

«Mi è mancata la tua lingua biforcuta.» Rivedo un’immagine di lei in ginocchio davanti a me e mi agito irrequieto sul sedile.

“Merda. Stai concentrato, Grey.” Lei distoglie lo sguardo, nascondendo il sorriso, e osserva la periferia della città sotto di noi mentre io controllo la rotta: tutto a posto. Siamo diretti a Portland.

Ana è silenziosa e io le lancio un’occhiata di tanto in tanto. Ha il volto illuminato dalla curiosità e dalla meraviglia mentre osserva il paesaggio e il cielo opalino. Le guance sono morbide e luminose nella luce del crepuscolo. E, nonostante il pallore e le occhiaie – prova della sofferenza che le ho inflitto –, è splendida. Come ho potuto lasciarla andar via?

“Che cosa mi passava per la testa?”

Sfrecciamo sopra le nuvole nella nostra bolla sospesa nel cielo e io sento crescere l’ottimismo, mentre i casini della settimana appena passata sbiadiscono sullo sfondo. Piano piano comincio a rilassarmi, godendomi una serenità che non provavo da quando se n’è andata. Potrei abituarmici. Avevo dimenticato come mi sentivo appagato in sua compagnia. Ed è piacevole vedere il mio mondo attraverso i suoi occhi.

Mentre ci avviciniamo a Portland, però, la mia sicurezza inizia a vacillare. Spero tanto che il mio piano funzioni. Devo portarla in un posto tranquillo. Magari a cena. “Maledizione.”

Avrei dovuto prenotare da qualche parte.

Ha bisogno di mangiare. Se la porto a cena, tutto quello che dovrò fare sarà trovare le parole giuste. Questi ultimi giorni mi hanno insegnato che ho bisogno di qualcuno… ho bisogno di lei. Io la voglio, ma lei mi vorrà? Riuscirò a convincerla a darmi una seconda chance?

“Sarà il tempo a dirlo, Grey… rilassati. Non spaventarla di nuovo.”

Atterriamo nell’unico eliporto di Portland quindici minuti dopo. Mentre diminuisco i giri dei rotori di Charlie Tango e disattivo il transponder, chiudo l’alimentazione del carburante e spengo la radio, riemerge l’insicurezza che mi angoscia da quando ho deciso di provare a riconquistarla. Devo dirle quello che provo, e non sarà una passeggiata… perché non lo so, che cosa provo per lei. So che mi è mancata, che sono stato infelice senza di lei e che sono disposto a un rapporto alle sue condizioni. Ma sarà abbastanza per lei? E per me?

“Parlale, Grey.”

Sgancio la mia cintura di sicurezza e mi protendo verso Anastasia per fare altrettanto con la sua, cogliendo un sentore del suo dolce profumo. Ha un buon odore, come sempre. Mi lancia un’occhiata furtiva, che rivela forse un pensiero indecente. A cosa sta pensando? Come al solito vorrei saperlo, ma non ne ho idea.

«Piaciuto il viaggio, Miss Steele?» le chiedo, ignorando l’occhiata.

«Sì, grazie, Mr Grey.»

«Bene, andiamo a vedere le foto del ragazzo.» Apro il portellone, salto giù e le tendo la mano per aiutarla a scendere.

Joe, il responsabile dell’eliporto, è in attesa. È un uomo d’altri tempi: un veterano della guerra di Corea, ma è ancora energico e brillante come un cinquantenne. Nulla sfugge alla sua attenzione. Il viso segnato dal tempo si apre in un sorriso luminoso.

«Tienilo al sicuro per Stephan, Joe. Verrà a prenderlo tra le otto e le nove.»

«Sarà fatto, Mr Grey. Signora. La macchina l’aspetta di sotto, signore. Oh, l’ascensore è fuori servizio. Dovrete usare le scale.»

«Grazie, Joe.»

Mentre ci dirigiamo verso le scale di emergenza lancio un’occhiata ai tacchi alti di Anastasia e mi viene in mente la volta in cui è finita lunga e distesa nel mio ufficio.

«Sei fortunata che questo edificio ha solo tre piani, visti i tacchi.» Trattengo il sorriso.

«Non ti piacciono gli stivali?» mi chiede guardandosi i piedi. Nella mia mente lampeggia una visione piacevole delle sue gambe intorno alle mie spalle.

«Mi piacciono molto, Anastasia.» Spero che l’espressione del mio viso non riveli quei pensieri lascivi. «Vieni. Andremo piano. Non voglio che tu cada e ti rompa l’osso del collo.» Sono grato che l’ascensore sia guasto… Mi dà un’ottima scusa per toccarla. Le metto un braccio intorno alla vita e la tengo al mio fianco mentre scendiamo le scale.

Sull’auto che ci porta alla galleria le mie ansie raddoppiano; stiamo per andare alla mostra del suo cosiddetto amico. L’uomo che, l’ultima volta che l’ho visto, stava cercando di infilarle la lingua in bocca. Magari in questi ultimi giorni hanno parlato; magari questo è un appuntamento tra loro due.

Cazzo, non ci avevo pensato. Spero proprio che non sia così.

«José è solo un amico» spiega Ana.

“Cosa?” Sa cosa sto pensando? Sono così trasparente? E da quando?

“Da quando mi ha spogliato di tutta la mia armatura. Da quando ho scoperto di avere bisogno di lei.”

Mi guarda e io sento una fitta allo stomaco. «Quei bellissimi occhi sono troppo grandi per il tuo viso, Anastasia. Per favore, dimmi che mangerai.»

«Sì, Christian. Mangerò.» Suona assai poco convincente.

«Dico sul serio.»

«Ah, sì?» Il tono è sarcastico, e io non riesco a replicare.

“Cazzo.”

È venuto il momento di dire le cose come stanno.

«Non voglio litigare con te, Anastasia. Ti rivoglio, e voglio che tu sia in salute.» Mi becco un’occhiata perplessa.

«Ma non è cambiato niente» ribatte, aggrottando la fronte.

“Oh, Ana, è… c’è stato uno sconvolgimento sismico dentro di me.”

Ci fermiamo davanti alla galleria e non ho più tempo per spiegarmi. «Ne parleremo al ritorno. Siamo arrivati.»

Prima che possa dire che non le interessa, scendo dall’auto, faccio il giro dalla sua parte e apro la portiera. Lei ha un’aria incazzata.

«Perché fai questo?» sbotta esasperata.

«Faccio cosa?» “Cazzo… e adesso che c’è?”

«Perché dici una cosa come quella e poi ti fermi?»

“È questo… è per questo che sei incazzata?”

«Anastasia, siamo arrivati. Siamo dove volevi essere. Facciamo questa cosa e poi parliamo. Non ho proprio voglia di fare una scenata in mezzo alla strada.»

Lei stringe le labbra immusonita e borbotta controvoglia: «Okay».

La prendo per mano e mi avvio a passo sostenuto. Lei mi arranca dietro.

Il posto è spazioso e pieno di luce. È uno di quei magazzini riconvertiti che al momento sono molto di tendenza: tutto pavimenti in legno e muri di mattoni. Gli intenditori di Portland sorseggiano vino scadente e chiacchierano sottovoce ammirando la mostra.

Una giovane donna ci viene incontro. «Buonasera e benvenuti alla mostra di José Rodriguez.» Mi fissa.

“È solo apparenza, tesoro. Cerca altrove.”

Ha l’aria confusa ma sembra riprendersi quando vede Anastasia. «Oh, sei tu, Ana. Ci farà piacere conoscere la tua opinione su tutto questo.» Le porge una brochure e ci fa strada verso il bar improvvisato. Ana aggrotta la fronte, e appena sopra il suo naso compare quella piccola “V” che mi piace così tanto. Vorrei poterla baciare come altre volte.

«La conosci?» chiedo. Scuote la testa, perplessa. “Be’, siamo a Portland.” «Che cosa vuoi da bere?»

«Un bicchiere di vino bianco, grazie.»

Mentre mi dirigo verso il bar sento un fragoroso: «Ana!».

Mi volto e vedo quel ragazzo avvinghiato alla mia ragazza.

“Merda!”

Non riesco ad afferrare cosa si dicono, ma Ana chiude gli occhi, e per un terribile momento ho l’impressione che stia per scoppiare a piangere. Invece mantiene la calma, mentre lui le tiene le braccia e la soppesa con lo sguardo.

“Già, è così magra per colpa mia.”

Respingo il senso di colpa, anche se credo che Ana stia cercando di rassicurarlo. Quanto a lui, sembra davvero molto interessato a lei. Troppo interessato. La rabbia mi brucia nel petto. Ana sostiene che è soltanto un amico, ma è evidente che per lui le cose non stanno così. Lui vuole di più.

“Gira alla larga, amico, lei è mia.”

«Un lavoro notevole, non ti pare?» Un giovane stempiato con una camicia vistosa mi distoglie dai miei pensieri.

«Non ho ancora dato un’occhiata in giro» rispondo voltandomi verso il barista. «È tutto quello che c’è?»

«Certo. Rosso o bianco?» domanda in tono indifferente.

«Due bicchieri di bianco» bofonchio.

«Penso che rimarrai colpito. Rodriguez ha un occhio particolare» riattacca il rompicoglioni irritante con la camicia irritante. Lo ignoro e mi volto a guardare Ana. Mi sta fissando, gli occhi grandi e luminosi. Il sangue mi si rapprende nelle vene e non posso smettere di guardarla. È un faro nella folla, e mi perdo nel suo sguardo. Ha un aspetto fantastico. I capelli le incorniciano il viso e scendono in una cascata rigogliosa arricciandosi sul seno. L’abito, benché più largo di quanto ricordassi, le fascia sempre le curve. Forse l’ha indossato di proposito. Sa che è il mio preferito. Non è così? Vestito sexy, stivali sexy…

“Cristo… datti una controllata, Grey.”

Rodriguez le fa una domanda e Ana è costretta a interrompere il nostro contatto visivo. Avverto la sua riluttanza, e me ne rallegro. Ma accidenti, quel tizio è tutto spalle larghe, denti perfetti e vestito fico. Per essere un fumatore d’erba quel figlio di puttana è davvero un bel tipo, bisogna ammetterlo. Lei annuisce a qualcosa che lui sta dicendo e sfodera un sorriso caldo e disteso.

Mi piacerebbe che sorridesse così a me. Lui si china e le dà un bacio sulla guancia. “Stronzo.”

Guardo storto il barista.

“Datti una mossa, ragazzo.” Quel deficiente ci mette un’eternità a versare il vino.

Alla fine ce la fa. Afferro i bicchieri, pianto in asso il giovane che mi sta parlando di un altro fotografo e cazzate del genere e torno da Ana.

Perlomeno Rodriguez se n’è andato. Ana è persa nei suoi pensieri mentre contempla una delle sue fotografie. Raffigura un paesaggio, un lago, e non senza meriti, immagino. Alza gli occhi verso di me con aria guardinga quando le porgo il bicchiere. Bevo un rapido sorso dal mio. Cristo, è disgustoso: uno Chardonnay barricato caldo.

«È all’altezza?» La voce di Ana ha un tono divertito, ma non ho idea a che cosa si riferisca… la mostra, l’edificio? «Il vino» chiarisce.

«No. Raramente lo è a eventi come questo.» Cambio discorso. «Il ragazzo ha talento, vero?»

«Perché pensi che gli avrei chiesto di farti un ritratto, altrimenti?» Il suo orgoglio nei confronti dell’amico è evidente. M’infastidisce. Lei lo ammira e ne ha a cuore il successo perché tiene a lui. Ci tiene un po’ troppo. Sento affacciarsi nel petto una brutta sensazione e una fitta sgradevole. È gelosia, un sentimento nuovo, che ho provato soltanto per lei. E non mi piace.

«Christian Grey?» Un tizio vestito da barbone mi pianta una macchina fotografica in faccia, interrompendo i miei pensieri cupi. «Posso scattarle una foto?»

“Maledetti paparazzi.” Vorrei mandarlo a farsi fottere ma decido di essere educato. Non voglio che Sam, il mio addetto alle pubbliche relazioni, debba occuparsi delle lamentele dei giornalisti.

«Certo.» Allungo il braccio e trascino Ana al mio fianco. Voglio che tutti sappiano che è mia. Sempre che lei sia d’accordo.

“Non correre troppo, Grey.”

Il paparazzo scatta alcune foto. «Grazie, Mr Grey.» Almeno sembra riconoscente. «Miss…?» chiede, curioso di sapere il nome di lei.

«Ana Steele» risponde, timida.

«Grazie, Miss Steele.» Scivola via e Anastasia si libera della mia presa. Sono deluso dal gesto e stringo i pugni per resistere all’impulso di toccarla di nuovo.

Mi lancia un’occhiata. «Ho cercato tue foto con altre donne su Internet. Non ce ne sono. Ecco perché Kate pensava che fossi gay.»

«Questo spiega la tua domanda inopportuna.» Non posso fare a meno di sorridere al ricordo del suo imbarazzo la prima volta che ci siamo visti: la sua inesperienza nelle interviste, le sue domande. “Lei è omosessuale, Mr Grey?” E il mio fastidio.

Sembra passato così tanto tempo. Scuoto la testa e continuo. «No, io non do mai appuntamenti a donne, Anastasia. Solo a te. Ma questo lo sai.»

“E vorrei dartene molti, molti di più.”

«Così non porti mai le tue…» abbassa la voce e si guarda alle spalle per accertarsi che nessuno ci ascolti «… le tue Sottomesse fuori?» Impallidisce mentre pronuncia il termine, imbarazzata.

«Qualche volta. Ma non per un appuntamento. Per fare shopping, sai.» Quelle puntate occasionali erano solo una distrazione, magari un premio per essersi comportate bene da Sottomesse. L’unica donna con cui ho voluto condividere qualcosa di più è… Ana. «Solo te, Anastasia» sussurro, e vorrei perorare la mia causa, parlarle della mia proposta, capire ciò che prova, e se mi accetterà di nuovo.

Ma la galleria è troppo piena di gente. Le guance di Ana assumono quella deliziosa sfumatura rosa che mi piace tanto, e lei si guarda le mani. Spero che sia perché apprezza ciò che le sto dicendo, ma non ne sono sicuro. Devo portarla fuori di qui e rimanere solo con lei. Così potremo parlare seriamente e mangiare. Prima guardiamo l’esposizione del ragazzo e prima ce ne andiamo.

«Il tuo amico sembra più un fotografo di paesaggi che di ritratti. Facciamo un giro.» Le tendo la mano, e con mio grande piacere lei la stringe.

Passeggiamo per la galleria, fermandoci brevemente davanti a ogni fotografia. Anche se sono geloso del fotografo e dei sentimenti che Ana prova per lui, devo ammettere che è piuttosto bravo. Giriamo l’angolo… e ci fermiamo di colpo.

Eccola lì. Sette enormi ritratti di Anastasia Steele. Lei appare incredibilmente bella, naturale e rilassata: sorridente, torva, imbronciata, pensierosa, divertita, e in un caso assorta e triste. Mentre esamino i dettagli di ogni foto, comprendo senza ombra di dubbio che lui aspira a essere ben più che suo amico. «A quanto pare, non sono l’unico» borbotto. Quelle foto sono il suo omaggio ad Ana – le sue lettere d’amore – e le ha appese alle pareti della galleria perché qualunque testa di cazzo ci sbavi sopra.

Ana le fissa in silenzio sbalordita, sorpresa quanto me nel vederle. Bene, nessun altro all’infuori di me le avrà, è poco ma sicuro. Voglio quelle foto. Mi auguro che siano in vendita.

«Scusami.» Lascio Ana per un momento e mi dirigo al banco della reception.

«Cosa posso fare per lei?» chiede la donna che ci ha accolti all’arrivo.

Ignoro il frullio di ciglia e il seducente sorriso troppo rosso e le chiedo: «I sette ritratti appesi là dietro sono in vendita?».

Un lampo di delusione le attraversa il volto, per trasformarsi poi in un gran sorriso. «La serie Anastasia? Un lavoro magnifico.»

“Una modella magnifica.”

«Certo che sono in vendita. Mi lasci controllare i prezzi» annuncia con entusiasmo.

«Li prendo tutti.» E metto mano al portafoglio.

«Tutti quanti?» dice sorpresa.

«Sì.» “Che donna irritante.”

«La serie completa costa quattordicimila dollari.»

«Non è un problema. Vorrei che mi fossero consegnati il più velocemente possibile.»

«Ma è previsto che rimangano in esposizione fino alla fine della mostra» dice.

“Impossibile.”

Sfodero il mio sorriso più contagioso e lei aggiunge confusa: «Ma sono sicura che possiamo trovare un accordo». Armeggia maldestra con la mia carta di credito mentre la passa nel lettore.

Quando ritorno da Ana, la trovo in compagnia di un tipo biondo che chiacchiera con lei e ci prova. «Queste fotografie sono fantastiche» dice. Metto una mano sul gomito di Ana per marcare il territorio e gli lancio il mio peggior sguardo da fuori-dalle-palle. «Sei un tipo fortunato» aggiunge arretrando di un passo.

«Lo sono» rispondo, congedando il tizio e accompagnando Ana verso la parete.

«Hai comprato un ritratto?» Ana indica le foto con un cenno della testa.

«Uno?» ribatto in tono beffardo. “Uno? Dici sul serio?”

«Ne hai comprato più di uno?»

«Li ho comprati tutti, Anastasia.» So di suonare paternalistico, ma l’idea che un estraneo possieda quelle foto e se le guardi in privato è fuori discussione. Schiude le labbra allibita, e io cerco di non farmi distrarre. «Non voglio che qualche sconosciuto sbavi sulla tua foto nell’intimità di casa sua.»

«Meglio che sia tu a farlo?» replica lei.

Anche se inaspettata, la risposta è spiritosa: mi sta lanciando un avvertimento. «Francamente sì» taglio corto, ripagandola della stessa moneta.

«Pervertito» mormora, poi si morde il labbro, probabilmente per non ridere.

“Dio santo, è provocatoria, divertente, e ha pure ragione.” «Non posso ribattere a quest’affermazione, Anastasia.»

Traduzione di Eloisa Banfi, Stefano Mogni, Vincenzo Perna

Copyright © E L James 2017

© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Titolo dell’opera originale: Darker

I edizione gennaio 2018